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Avvertenza premessa a Mémoire en défense contre ceux qui m’accusent de falsifier l’Histoire

Il grande pubblico crede che le “camere a gas” hitleriane siano realmente esistite. S’immagina in buona fede che esistano mille prove della loro realtà.

È quando si chiede di vedere queste prove e quando le si esaminano da vicino che ci si rende conto che questa convinzione non ha fondamento.

Quando un fatto è stupefacente, quando è sovrumano o miracoloso, quando oltrepassa i confini della ragione (ed è il caso di quei formidabili mattatoi umani che sarebbero state le “camere a gas” omicide di Hitler), l’esperienza prova che il nostro spirito deve allora raddoppiare la vigilanza; deve armarsi di scetticismo; deve, più che mai, preoccuparsi della concretezza dei fatti. Dinanzi a ciò che scuote la fantasia, bisogna ascoltare solo la ragione. A rischio di apparire limitati o meschini, bisogna conservare la ragione e verificare i riscontri. Si deve vedere e toccare. Non si è mai troppo materialisti e banali quando si tratta di studiare un miracolo.

Occorre saper cominciare dall’inizio. Vi parlano di “camere a gas”, e allora chiedete: “ma che cos’è una camera a gas?”, “come è fatto questo tipo di locali?”, “che gas si utilizza?”, “come si fa ad introdurre questo gas?”, e, soprattutto, “come si fa ad entrare in questa camera e tirar fuori i cadaveri?”.

Bisogna anche andare sul posto e farsi mostrare le “camere a gas” o i resti delle “camere a gas”. Bisogna tenere gli occhi aperti, fotografare, misurare.

Bisogna cercare documenti, come mappe, ordini, fatture.

Bisogna interrogare specialisti di differenti gas.

Occorre anche occuparsi di problemi materiali collegati con quello delle “camere a gas”; ad esempio nel caso dei forni crematori.

Come in un’indagine di polizia su un delitto o un incidente, occorre stabilire il più rigorosamente possibile la concretezza dei fatti. È soltanto dopo questa elementare precauzione che si ascolteranno le testimonianze (e le confessioni spontanee!).

E inoltre bisognerà distinguere con cura tra ciò che si crede sia stato detto e ciò che è stato realmente detto. L’interpretazione dei discorsi e degli scritti dà spesso luogo a gravi confusioni.

Ci sono nell’uomo almeno due cose che suggeriscono un’idea dell’infinito: la sua propensione ad inventare e la sua propensione a credere. In tempo di guerra si raggiungono vette (o profondità) vertiginose nella menzogna e nella credulità. Esistono d’altronde veri e propri professionisti di questa menzogna istituzionale che è la propaganda di guerra. Non si può concepire una guerra senza propaganda di guerra, una propaganda che, naturalmente, verte innanzitutto sulle atrocità commesse dal nemico.

Sembra che il mito delle “camere a gas” sia nato in certi ambienti sionisti americani verso il 1942. Non ha avuto successo durante la guerra. I responsabili alleati sapevano a quanto pare a che cosa attenersi riguardo a questi pretesi massacri nei mattatoi. Invece, verso la fine della guerra, quando gli alleati scoprirono in una Germania d’apocalisse l’orrore di certi campi di concentramento dove s’ammucchiavano i cadaveri di deportati morti di tifo o di fame, la voce delle “camere a gas” cominciò a diffondersi. Per quasi trent’anni questa voce non fece che gonfiarsi e arricchirsi tra il grande pubblico. Attorno a questi mattatoi umani si è sviluppata una religione, quella dell'”Olocausto” degli ebrei.

La veridicità di questi mattatoi è stata messa in dubbio sin dalla fine della guerra da alcuni coraggiosi, ma i grandi mezzi d’informazione hanno creato il vuoto attorno ai contestatori oppure li hanno trattati come nazisti e come pazzi.

Dopo una trentina d’anni, ossia il tempo di una generazione, il silenzio è diventato meno opprimente e la persecuzione si è fatta più violenta. In questi ultimi anni, la contestazione è sensibilmente cresciuta. Grazie ad essa, la verità storica avanza e non si vede chi potrà fermarla.

In Francia, a partire dalla fine del 1978, s’è aperto un dibattito su Le Monde a proposito di quello che, da una decina d’anni, gli stessi storici ufficiali chiamano “il problema delle camere a gas”.

La mia risposta alla questione dell’esistenza o meno delle “camere a gas” hitleriane è chiarissima, anche se mi ci son voluti tre lunghi anni di ricerche per arrivarci. La mia risposta è che non credo assolutamente più all’esistenza anche di una sola di queste “camere a gas” omicide in qualunque campo di concentramento. Anzi: dispongo di numerose prove del fatto che le “camere a gas” sono un mito.

Su Le Monde del 29 dicembre 1978, p. 8, pubblicavo la mia posizione al riguardo sotto il titolo di “Il problema delle camere a gas” o “la diceria di Auschwitz”.

Nella stessa pagina era riportata una replica di G. Wellers intitolata Abbondanza di prove.

Nel numero del giorno dopo (30 dicembre 1978, p. 8). Le Monde pubblicava un lunghissimo articolo di Olga Wormser-Migot e una “testimonianza” firmata: Dott. H. Chrétien; i due testi sostenevano la stessa tesi di G. Wellers, quella dell’incontrovertibile esistenza delle “camere a gas”.

Il 16 gennaio 1979 Le Monde pubblicava, a p. 13, la mia lettera a titolo di diritto di replica.

Il 21 febbraio si scatenava un vero e proprio fuoco di sbarramento. L’intera pagina 23 di Le Monde era dedicata alle tesi sterminazioniste della storia ufficiale. Il redattore del giornale si schierava ancora a fianco della posizione ufficiale. Pubblicava una lettera di G. Wellers dal titolo Un romanzo ispirato. Io ero il “romanziere ispirato”. Le Monde pubblicava pure “una dichiarazione di storici”. Trentaquattro storici francesi sottoscrivevano un testo in cui venivo accusato di “oltraggiare la verità”. Essi proclamavano il principio che il “genocidio” degli ebrei era avvenuto e terminavano la loro dichiarazione in questi termini:

“Non ci si deve chiedere come, tecnicamente, un tale assassinio di massa sia stato possibile. È stato possibile tecnicamente perché è avvenuto. Questo è il punto di partenza obbligato di qualsiasi indagine storica sull’argomento. Ci sentiamo in dovere di richiamare semplicemente questa verità: non c’è, non ci può essere alcuna discussione sulla esistenza delle camere a gas”.

Il 15 febbraio 1979 ricevevo un ordine di comparizione. Cinque associazioni di antirazzisti, di ex deportati e resistenti, ecc., cui si dovevano, in seguito, aggiungere altre due associazioni identiche, mi accusavano di avere “volontariamiente falsificato la presentazione della Storia” e, più precisamente, di avere “volontariamente mutilato alcune testimonianze [sull’esistenza delle “camere a gas”] come quella di Johann Paul Kremer”.

Sono quindi costretto a battermi sul terreno e con le armi che i miei avversari hanno voluto scegliere.

Ciò non significa che io riconosca ad un tribunale una qualche competenza a decidere sul vero o sul falso in materia storica. Troppi esempi famosi dimostrano che i tribunali si preoccupano più di difendere il conformismo che di salvaguardare il diritto alla ricerca della verità.

Avrei preferito un dibattito ad armi pari. Mi sarei augurato un libero confronto come quello che si svolge sul medesimo argomento proprio in questa fase in alcuni paesi anglosassoni: Gran Bretagna, Stati Uniti, Australia, dove un processo sul tipo di quello che mi si vuole intentare in Francia è difficilmente pensabile. Invece, paesi come il Sudafrica e la Germania occidentale hanno una legislazione tendenzialmente totalitaria ed un costume d’intolleranza che permettono di perseguitare e censurare coloro che osano pensarla in modo diverso sul tema delle “camere a gas”.

Dal 1974 ho proposto centinaia di volte un dibattito. Mi è sempre stato rifiutato. Questo panico per un vero dibattito l’ho visto o sentito più di una volta.

Orbene, i sostenitori dell’ordine costituito non vogliono che il grande pubblico si metta a pensare e si faccia delle domande. Occorre ridurre al silenzio chi esige un dibattito. Si dice che non si pone nemmeno la questione di sapere se le “camere a gas” siano esistite o no!

Tuttavia, il problema esiste. Sono gli stessi storici ufficiali che l’hanno definito così e l’hanno chiamato appunto “il problema delle camere a gas”.

Ho commesso il peggior delitto possibile: il delitto d’opinione. Ho infranto un tabù. E me lo fanno pesare. Vengo attaccato da ogni parte. La mia vita è sconvolta: la mia vita personale, la mia vita professionale e persino la mia vita familiare.

Ma non sono il primo a conoscere queste prove. Parecchi altri prima di me, che hanno messo in dubbio l’esistenza delle “camere a gas” hitIeriane, hanno subito persecuzioni. I primi in Francia sono stati Maurice Bardèche, un uomo di destra, e Paul Rassinier, un uomo di sinistra. Nulla, comunque, in confronto alla sorte dei Tedeschi e degli Austriaci. Nella Germania occidentale e in Austria, per negare l’esistenza delle “camere a gas” non occorre coraggio, ma eroismo.

Tuttavia la partita è ormai persa per gli sterminazionisti. I depositari della leggenda hanno dalla loro la forza, ma affondano in una specie di illusione religiosa, la prima vittima della quale è la gioventù ebraica.

Non voglio sopraffare. lo stesso, a lungo, mi sono ingannato e ho creduto, per quindici anni, alla realtà delle “camere a gas” come alla realtà del sole in pieno giorno.

Non cerco di sopraffare chicchessia, ma non sarò indulgente verso i persecutori. Servirò la verità con tutte le mie forze, per quanto mi possa costare.

[…]

Il punto centrale della discussione è il diario tenuto dal medico Johann Paul Kremer. Questo diario fu trovato dagli Inglesi dopo la guerra presso il suo domicilio di Münster (Vestfalia). Il dottor Kremer non s’era evidentemente preoccupato di farlo sparire. E giustamente! Quel diario non conteneva nulla di compromettente. Dal 30 agosto al 18 novembre 1942, il dottor Kremer, cinquantanovenne, aveva dovuto abbandonare il suo lavoro di anatomista per obbedire alle autorità militari che lo inviavano ad Auschwitz per sostituire un medico del campo che si era ammalato. Quattro mesi prima un’epidemia di tifo si era nuovamente abbattuta sul campo e sulla città. Nel suo diario, il dottor Kremer annotava le proprie azioni e impressioni. Il suo lavoro nel campo gli pareva una corvée. La vista dei malati di tifo lo sconvolgeva. Il caldo era infernale. Gli toccava anche assistere, come medico, alle esecuzioni e alle bastonature. Il regolamento prevedeva la presenza di un medico in quei casi. In settantasei giorni di presenza effettiva nel campo, Kremer dovette assistere a una trentina di esecuzioni di condannati a morte. Accadeva infatti molto spesso che persone condannate da tribunali estemi fossero trasferite al Block 11 di Auschwitz e fucilate nel cortile di tale blocco. Un giorno, dovette assistere all’esecuzione di sei donne che avevano partecipato ad una sommossa in uno dei numerosi sottocampi di Auschwitz. L’esecuzione, quella volta, fu effettuata con un’iniezione.

Il dottor Kremer fu obbligato a partecipare quindici volte ad azioni speciali. Su questa espressione vaga si è fatta ogni sorta di speculazione. Ne parlerò. Cercherò di dimostrare, sulla base del contesto, che si trattava di ben altro rispetto a ciò che sostiene G. Wellers, secondo il quale queste azioni speciali erano – è lui che l’afferma senza darne alcuna prova – una “selezione per le camere a gas”, ed erano seguite, naturalmente, da gassazioni di esseri umani: operazioni alle quali il medico avrebbe assistito personalmente. G. Wellers sostiene anche che gli orrori che sconvolgevano il dottor Kremer erano quelli di uno sterminio con le “camere a gas”, mentre io ritengo che il testo, restituito alla sua forma autentica e al suo contesto direttodimostri che Kremer era sconvolto dagli orrori provocati dal tifo che non si riusciva a stroncare e che annientava (o quanto meno debilitava gravemente) sia gli internati, sia i guardiani e i soldati, e persino interi quartieri della città di Auschwitz dove, ogni sera, il medico raggiungeva la sua camera all'”Hôtel de la Gare”.

Dopo la guerra, gli Inglesi consegnarono il dottor Kremer ai Polacchi. Egli conobbe quindici prigioni polacche, fu processato, condannato a morte e graziato. La sua condanna venne commutata in “carcere perpetuo”, ma i Polacchi lo rilasciarono dieci anni dopo per l’età, lo stato di salute e anche la buona condotta. Rientrato in Germania, dovette saldare dei conti con la giustizia tedesca per le stesse ragioni che gli avevano fatto superare tante prove: la sua presenza ad Auschwitz per settantasei giorni effettivi. Il processo al dottor Kremer si tenne dal 14 al 29 novembre 1960 a Münster. L’imputato aveva settantasette anni. Fu condannato a 10 anni di carcere, ma il tribunale, considerando che aveva già scontato dieci anni di prigione, lo esentò dalla pena. Venne privato dei diritti civili. Tenuto conto della sua età avanzata, questa privazione fu limitata a cinque anni. Inutile aggiungere che il dottor Kremer aveva perduto la sua cattedra d’insegnamento e il suo titolo. Nel 1964 dovette ritornare dinanzi ad un tribunale, ma stavolta come testimone d’accusa contro i suoi compatrioti. Quel tribunale era quello del più celebre tra i processi detti “di Auschwitz”. Si tenne a Francoforte dal 20 dicembre 1963 al 20 agosto 1965. Il dottor Kremer testimoniò il 4 giugno 1964. Questo vecchio più che ottantenne era stato convocato per ripetere in particolare quelle che chiamano le sue “confessioni” spontanee. Vedremo poi per quali ragioni ritengo quelle “confessioni” vaghe, derisorie ed assurde. Infatti, quel giorno, il dottor Kremer ripeté una lezione imparata nelle prigioni polacche. I suoi carcerieri polacco-staliniani erano stati gli stessi che avevano sorvegliato Rudolf Höss, uno dei tre comandanti successivi di Auschwitz. Le confessioni non sono prove. Confessioni ridicole come quelle del dottor Kremer provano piuttosto il contrario di quel che si cerca di cavargli. Si vedrà con quale meccanismo scelleratamente banale, nei processi detti “dei criminali di guerra”, l’imputato sia guidato a ripetere la sua lezione. Se corregge la sua “confessione”, egli aggrava la sua posizione.

Per descrivere l’orrore di queste confessioni estorte o provocate, riferirò il caso dei responsabili del campo di Ravensbrück, i quali ammisero l’esistenza e il funzionamento nel loro campo di una “camera a gas” che, dopo la loro esecuzione, si rivelò essere assolutamente mitica. Oggi si afferma spesso che gli stalinisti sono stati degli specialisti della confessione programmata, ma gli Americani, i Francesi e gli Inglesi non sono stati da meno nel loro trattamento dei “nazisti” e ancora oggi, nei processi detti dei “criminali di guerra”, la pressione che viene esercitata sugli imputati di un processo come quello di Düsseldorf, dove vengono giudicati ex responsabili del campo di Majdanek, fornisce un’idea del coraggio che occorrerebbe ad un accusato o al suo avvocato per gridare:

Menzogna! Noi abbiamo detto, o lasciato dire per noi, che esisteva una “camera a gas” in quel campo, ma, in realtà, non era affatto così. Non c’era nulla. Forse c’erano delle autoclavi come quelle di Dachau che, per anni, sono state ufficialmente presentate come “camere a gas” omicide e che non potevano servire ad altro che a disinfettare i vestiti.

A proposito di Ravensbrück, mi è giocoforza parlare di Germaine Tillion. Questa universitaria francese, ex internata di Ravensbrück, godeva presso di noi di un credito morale notevole. Purtroppo, si constaterà ciò che può fare l’autosuggestione di una coscienza morale elevata unita a spirito scientifico. Non do colpe a Germaine Tillion. Devo anche dire che ho personalmente vissuto durante la guerra (avevo quindici anni nel 1944) nell’odio verso i Tedeschi, non m’importava che fossero nazisti o no. L’odio, soprattutto l’odio che si percepisce come condiviso da tutto un gruppo umano, l’odio che sente che sta giungendo il momento della resa dei conti, quell’odio alimentato giorno e notte dalla propaganda di guerra, ci portò ai peggiori eccessi. E com’è confortante poi poter sfogare la vendetta, proclamando che non si vendica se stessi ma i propri morti! Quale cecità in coloro che s’immaginano che il processo di Norimberga sia stato qualche cosa di diverso da un processo politico e quindi da una buffonata giudiziaria. L’articolo 19 dello statuto di quel tribunale recitava: “Il Tribunale non sarà vincolato alle regole tecniche relative alla produzione delle prove. Adotterà e applicherà per quanto possibile una procedura rapida e non formalistica e ammetterà qualsiasi mezzo che riterrà di valore probante”. L’articolo 21 precisava: “Il Tribunale non esigerà che sia prodotta la prova di fatti di pubblico dominio, ma li terrà come acquisiti. Considererà poi come prove autentiche i documenti ed i rapporti ufficiali dei governi delle Nazioni Unite, compresi quelli compilati dalle commissioni insediate nei vari paesi alleati per le inchieste sui crimini di guerra, come pure i processi verbali delle udienze e le decisioni dei tribunali militari o di altri tribunali di una qualunque delle Nazioni Unite”. Quel tribunale, che era giudice e parte lesa, praticava la retroattività delle leggi, la responsabilità collettiva, e giudicava senza appello. Tra i procuratori o i sostituti della delegazione francese incaricati dell’accusa c’era Serge Fuster. Quest’ultimo avrebbe dichiarato che a Norimberga c’era “una pletora di carte vere o false”. Queste parole sono riportate da Pierre Joffroy, sterminazionista convinto e autore di un libro su Kurt Gerstein. Non so se la citazione è autentica, ma sembra verosimile e tradurrebbe correttamente la buona coscienza con cui in questo tipo di processo ci si attribuisce libertà d’azione per giungere alla condanna dell’accusato. Processo di Norimberga o di Dachau, di Gerusalemme o Francoforte, di Cracovia o Düsseldorf: tutti questi processi sono politici. Occorre esaminarli da vicino, studiarne le carte, ricordare alcuni elementi, ma non senza una vigilanza costante.

[…]

1° ottobre 1980

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Robert Faurisson, Mémoire en défense..., La Vieille Taupe, Parigi 1980, pp. 1-10.
Prima traduzione italiana: Il Caso Faurisson, a cura di Andrea Chersi, [1981], pp. 31-39.
Nova traduzione in Il Caso Faurisson e il revisionismo olocaustico, Graphos, Genova 1997, pp. 90-97.