Lettera pubblicata dal quotidiano Le Monde il 16 gennaio 1979, p. 13

Una prova… una sola prova

Fino al 1960 ho creduto alla realtà di questi giganteschi massacri nelle “camere a gas”. Poi, leggendo Paul Rassinier, ex deportato in quanto membro della Resistenza ed autore della Menzogna d’Ulisse, ho cominciato ad avere dei dubbi. Dopo quattordici anni di riflessione personale, e poi quattro anni di un’ostinata indagine, ho acquisito la certezza, al pari di altri venti autori revisionisti, di trovarmi dinanzi ad una menzogna storica. Ho visitato e rivisitato Auschwitz e Birkenau dove ci viene presentata una “camera a gas ricostruita”[1] e delle rovine chiamate “crematori con camere a gas”. Allo Struthof (Alsazia) ed a Majdanek (Polonia), ho esaminato dei locali presentati come delle “camere a gas allo stato originario”. Ho analizzato migliaia di documenti, in particolare nel centro di documentazione ebraica contemporanea di Parigi: archivi, stenogrammi, fotografie, testimonianze scritte. Ho perseguito instancabilmente le mie ricerche  specialiste e storiche. Ho cercato, ma invano, un solo deportato in grado di darmi la prova di avere realmente visto, con i propri occhi, una “camera a gas”. Soprattutto non volevo un’abbondanza illusoria di prove; ero pronto ad accontentarmi di una prova, una sola prova. Questa prova, io non l’ho mai trovata. Invece, ciò che ho trovato sono molte false prove, degne dei processi di stregoneria e disonoranti per i magistrati che se n’erano accontentati. E poi ho trovato il silenzio, l’imbarazzo, l’ostilità e, per finire, le calunnie, gli insulti, le percosse .

Le repliche che ha appena suscitato il mio breve articolo su “La diceria d’Auschwitz”, le ho lette più d’una volta in diciotto anni di ricerche. Non discuto la sincerità degli autori, ma dico che queste repliche brulicano di errori, segnalati da lungo tempo da persone come Rassinier, Scheidl e Butz.

 Ad esempio nella lettera, che mi si cita, del 29 gennaio 1943 (lettera che non reca nemmeno l’abituale timbro di “Segreto”), Vergasung non significa “gasazione”, ma “carburazione”. Vergansungskeller designa il locale, nel sottosuolo, dove avviene la miscela “gassosa” che alimenta il forno crematorio. Questi forni, con il loro dispositivo di aerazione e di ventilazione, provenivano dalla ditta Topf & Söhne di Erfurt (NO-4473).

 Begasung designava la gasazione degli indumenti nelle autoclavi. Se il gas impiegato era lo Zyklon B – preparazione di “B[lausaure]”, vale a dire d’acido prussico o cianidrico – si parlava di “camere a gas azzurre ”. Niente a che vedere con le pretese “camere a gas-mattatoi”!

 Si deve citare correttamente il Diario del medico Johann Paul Kremer. Si vedrà così che, se questi parla degli orrori d’Auschwitz, lo fa per allusione agli orrori dell’epidemia di tifo del settembre-ottobre 1942. Il 3 ottobre scriverà: “Ad Auschwitz, strade intere sono annientate dal tifo”. Lui stesso contrarrà ciò che egli chiama “la malattia d’Auschwitz”. Ne moriranno dei Tedeschi. Quanto alla separazione dei malati e delle persone sane, questa era la “selezione” o una delle forme dell’“azione speciale” del medico. Questa separazione si faceva sia all’interno dei fabbricati, sia all’esterno. Mai Kremer ha scritto che Auschwitz era un Vernichtungslager, vale  a dire, secondo una terminologia inventata dagli Alleati dopo la guerra, un “campo di sterminio” (con questa espressione intendete: un campo dotato di una “camera a gas”). In realtà, ha scritto: “Non per niente Auschwitz è chiamato il campo dell’annientamento (das Lager der Vernichtung).” Secondo il significato etimologico della parola, il tifo annienta coloro che esso colpisce. Altro grave errore di citazione: alla data del 2 settembre 1942 il manoscritto di Kremer riporta: “Questo mattino, alle tre, ho assistito fuori, per la prima volta, ad un’azione speciale.” Storici e magistrati sopprimono tradizionalmente la parola “fuori” (draussen) per far dire a Kremer che questa azione si svolgeva in una “camera a gas”. Infine, le scene atroci davanti all’“ultimo bunker” (si tratta del cortile del bunker n° 11) sono delle esecuzioni di condannati a morte, esecuzioni alle quali il medico era obbligato ad assistere. Tra i condannati si trovano tre donne arrivate in un convoglio dall’Olanda: esse sono fucilate.[2]  

 I fabbricati dei “Krema” di Birkenau erano perfettamente visibili[3] da tutti. Lo provano molte planimetrie e foto, che ugualmente provano l’impossibilità materiale radicale per questi “Krema” di aver avuto le “camere a gas”.

 Se, a proposito d’Auschwitz, mi si citano, ancora una volta, le confessioni, le memorie o i manoscritti – miracolosamente – ritrovati (tutti documenti che già conosco), voglio che mi si mostri in che cosa le loro precisazioni imprecise differiscono dalle precisazioni imprecise di tutti i documenti che hanno fatto dire ai tribunali militari degli Alleati che esistevano delle “camere a gas laddove, in fin dei conti, si è finito per riconoscere che non ce n’erano state: ad esempio in tutto il vecchio Reich!

 Avevo citato i documenti industriali NI-9098 e 9912. Bisogna leggerli prima di oppormi le “testimonianze” di Pery Broad e di Rudolf Höss o – perchè no? – le “confessioni”, dopo la guerra, di J. P. Kremer. Questi documenti stabiliscono che lo Zyklon B non faceva parte dei gas qualificati come soggetti a ventilazione; i suoi fabbricanti sono obbligati a convenire che esso è “difficile da ventilare, visto che aderisce alle superfici”. In un locale saturo di cianuro per lo Zyklon B non si può entrare con una maschera al filtro “J” – il più potente dei filtri – che al termine d’una ventina di ore per procedere ad un test chimico di sparizione del gas.[4] Materassi e coperte devono essere battuti all’aria aperta per una o due ore. Orbene, Höss scrive[5]: “Una mezz’ora dopo aver lanciato il gas, si apriva la porta e si metteva in azione l’apparecchio di ventilazione. Si cominciava immediatamente ad estrarre i cadaveri”. Immediatamente (sofort)! Ed egli aggiunge  che la squadra incaricata di maneggiare duemila cadaveri impregnati di cianuro entrava in questo locale (ancora pieno di gas, non è vero?) e ne tirava fuori i corpi “mangiando e fumando”, cioè, se ho ben compreso, senza nemmeno una maschera antigas. È impossibile. Tutte le testimonianze, per quanto vaghe o discordanti siano sul resto[6], sono concordi almeno su questo punto: la squadra apriva il locale, sia immediatamente, sia “poco dopo” la morte delle vittime. Io dico che questo punto, da solo, costituisce la pietra d’inciampo della falsa testimonianza.

 È interessante visitare in Alsazia la “camera a gas” dello Struthof. Sul posto si legge la confessione di Josef Kramer. È attraverso un “foro” (sic) che Kramer versava “una certa quantità di sali cianidrici”, poi, “una certa quantità di acqua”: il tutto sprigionava un gas che uccideva quasi nel giro di un minuto. Il “foro” che si vede oggi è stato fatto così grossolanamente con un colpo di scalpello che quattro mattonelle di maiolica ne sono state spezzate. Kramer si serviva di un “imbuto a rubinetto”. Io non vedo né come egli poteva impedire a questo gas di rifluire attraverso questo foro grossolano, né come poteva accettare che il gas, disperdendosi attraverso il comignolo, si diffondesse sotto le finestre della sua villa. Passiamo in una stanza vicina e, lì, che mi si spieghi questa faccenda di cadaveri conservati per il professor Hirt in “vasche al formolo”, che altro non sono, in effetti, che vasche per la conservazione di crauti e patate munite di semplici piani ribaltabili di legno non trattato per l’ impermeabilizzazione.

 La più banale delle armi, se sospettata di aver ucciso o ferito, è oggetto di una perizia giudiziaria. Si constata con sorpresa che queste prodigiose armi del crimine che sono le “camere a gas” non sono mai state oggetto di una perizia ufficiale (giudiziaria, scientifica o archeologica) di cui si possa esaminare la relazione.[7]  

 Se per disgrazia i Tedeschi avessero vinto la guerra, suppongo che i loro campi di concentramento ci sarebbero stati presentati come dei campi di rieducazione. Contestando io questa presentazione dei fatti, sarei stato senza dubbio accusato di fare obiettivamente il gioco del “giudeo-marxismo”. Né oggettivamente né soggettivamente io sono un giudeo-marxista o un neo-nazi. Provo dell’ammirazione per i Francesi che hanno lottato coraggiosamente contro il nazismo. Essi difendevano la buona causa. Oggi, se affermo che le “camere a gas” non sono esistite, lo faccio perché il difficile dovere di essere sincero mi obbliga a dirlo.

16 gennaio 1979

 

[Conformemente alla legge del 29 luglio 1881, noi [Le Monde] pubblichiamo il testo del Sig.r Faurisson. Ogni replica che lo chiamasse in causa aprirebbe a suo favore un nuovo diritto di risposta. Pertanto non riteniamo come chiuso il dossier aperto dalle dichiarazioni di Darquier de Pellepoix.]

Traduzione a cura di Germana Ruggeri

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Note

[1] Presentate ai turisti come se fossero originali.
[2] Auschwitz vu par les SS, ed. del museo d’Oswiecim, p. 238, n. 85.
[3] Un campo di calcio “si trovava di fronte i crematori di Birkenau” (Tadeus Borowski, H. Langbein, Hommes et femmes à Auschwitz, Fayard, Parigi 1975, p. 129).
[4] Il regolamento francese che riguarda l’impiego dell’acido cianidrico è draconiano come quello tedesco: vedere decreto 50-1290 del 18 ottobre 1950, ministero della sanità pubblica.
[5] Kommandant in Auschwitz, Deutsche Verlagsanstalt, Stoccarda 1958, p. 126 e 166.
[6] Justiz und NS-Verbrechen, University Press Amsterdam, t. XIII (1975), p. 134 e 135.
[7] La credulità si accontenta di poco: è sufficiente che ci si mostri una porta munita di spioncino e di chiavistello a catenella (sistema a spagnoletta) ed eccoci davanti ad… una “camera a gas”!