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Céline dinanzi alla menzogna del secolo

Io chiamo menzogna del secolo quella delle pretese “camere a gas” hitleriane.

Céline aveva almeno due amici e corrispondenti che non credevano alla realtà di queste “camere” omicide, di questi mattatoi per umani. Per loro si trattava di una menzogna della propaganda di guerra alleata, paragonabile sotto molti aspetti alle ignobili fandonie della prima guerra mondiale sui bambini belgi dalle mani mozzate dai Tedeschi o sulle fabbriche di cadaveri d’oltre Reno. Questi due amici e corrispondenti erano Paul Rassinier e Albert Paraz. Non ricordo di aver trovato finora sotto la penna di Céline un’allusione al formidabile tabù delle “camere a gas” omicide.

Il 15 giugno 1950 Albert Paraz scriveva da Vence, cittadina della Provenza, come prefazione alla Menzogna di Ulisse di Paul Rassinier:

Dopo le segrete dei castelli, Torquemada, i gesuiti, i massoni, la maschera di ferro, c’è un’altra storia che non si deve assolutamente toccare, quella delle camere a gas. La crosta terrestre n’è scossa per secoli. Ieri ho corso tre volte il rischio di essere assassinato solo per aver sottoposto il testo di Rassinier [La Menzogna di Ulisse] all’attenzione di alcuni vicini di casa, tutto ciò camminando a meno di cento metri da casa mia. – Solo uno straordinario masochista può azzardarsi a scrivere, ora che le testimonianze sulle camere a gas non sono proprio abbastanza probanti, per i suoi gusti, che ce n’è soltanto una nella letteratura concentrazionaria, quella di Weiss, ancorché riferita di seconda mano, e che nessuno ha pensato d’interrogare questo Weiss in modo serio da poter essere considerato credibile da uno storico. È una bomba.[1]

 

In realtà, grazie a Lucette Destouches e a François Gibault siamo in possesso oggi di una lettera in cui Céline parla della questione delle “camere a gas” in termini che mostrano, d’altronde, il suo vivo interesse per l’argomento. Si tratta di una lettera inedita inviata da Céline al suo amico tedesco Hermann Bickler il 30 dicembre 1960. Forse François Gibault ha ragione di scrivere:

Tutte le lettere scritte da Meudon [comune a sud-ovest di Parigi dove Céline si era stabilito al suo ritorno in Francia – NdT] non sono altro che lunghi lamenti, serie di gemiti accompagnati dall’annuncio di guerre prossime, spaventosi cataclismi e altre lugubri profezie. Inasprito, malato, disilluso da tutto, Céline provava il più totale disprezzo per i suoi contemporanei e li spediva alla peggiore gogna, nell’attesa dell’apocalisse e dell’estinzione del genere umano.[2]  

 

Ma personalmente tenderei a considerare che la fiamma del genio ha continuato a abitare fino all’ultimo in quel corpo torturato e che Céline non ha mai smesso di essere quello spirito vivo come il lampo, curioso, aperto e profetico che era stato sin dalla più giovane età. Osservate in che termini si rivolge al suo amico Bickler per avere dei documenti su una notizia sensazionale che riguarda un capovolgimento della storia ufficiale per quanto concerne ciò che bisognerebbe credere e ciò che non bisognerebbe credere a proposito delle “camere a gas”. Si sente che, sette mesi prima della sua morte, la curiosità di Céline è punta sul vivo da un’informazione destinata a essere dissimulata dalla grande stampa perché inferiva un colpo terribile alla leggenda preferita dei vincitori della Seconda guerra mondiale. All’alba dell’anno 1961 scrive:

Che in questo 1961 Lei possa avere, sarebbe già un gran bella cosa, tutta la felicità che Le auguro! Certo dovremmo incontrarci – purtroppo ci separano mille cose ignote! innanzi tutto siamo vecchi e superati, le nostre storie infastidiscono la gente! Non ho visto Epting. Lei non può farsi un’idea di cosa sia la nostra vita qui, in cinque minuti, avrebbe capito… tutto… niente affatto quello che Lei immagina. Tramite Epting può probabilmente apprendere che cosa vuol dire, se esiste, un Istituto di Ricerche storiche ufficiale di Bonn la cui sede sarebbe a Monaco di Baviera, e assolutamente serio, che dopo lunghe ricerche avrebbe scoperto e pubblicato che non ci sarebbero mai state camere a gas (Gaskammer) a Buchenwald, Dachau ecc… né da nessuna parte della Germania… ce n’erano in costruzione ma che non furono mai terminate… secondo questo Istituto. Se riesce ad avere dei documenti, ecco che m’interesserebbero molto, probabilmente anche a Lei!

 

Mi pare che non ci sia alcun dubbio sulla fonte di quest’informazione: penso di averla trovata nel n. 520 di Rivarol del 29 dicembre 1960. Céline scrive la sua lettera il 30 dicembre 1960, in conseguenza, per così dire, di un articolo apparso a pagina 3 a firma di Charles Schneider dal titolo “Germanophobie systématique”. Dopo aver riepilogato alcuni fatti che a suo parere rivelavano una “germanofobia sistematica”, Ch. Schneider terminava così il suo articolo:

Questo riepilogo era un po’ laborioso. Il lettore che ha avuto la pazienza di leggerlo sino alla fine merita dunque una ricompensa. L’avrà, poiché ecco “qualcosa di sensazionale”, un elemento inedito “sconvolgente” o quasi, una notizia che, vi assicuro, non leggerete altrove – per molto tempo. Ma prima di tutto mettetevi a sedere, ben dritto, perché ciò che devo annunciarvi è stupefacente.

Da una decina d’anni esiste a Monaco di Baviera un organismo di ricerche storiche chiamato INSTITUT FÜR ZEITGESCHICHTE, quanto c’è di più ufficiale, di spirito resistenziale, dal carattere pedante, come si conviene. È una sorta di ente superiore, di alta corte storica, che decide in ultima istanza dell’interpretazione da dare agli avvenimenti verificatisi tra il 1933 e il 1945. Poiché il giornale Die Zeit aveva pubblicato un articolo in cui si parlava di nuovo delle decine di migliaia di ebrei che sarebbero stati uccisi nelle camere a gas, detto Istituto gli inviò una lettera rettificativa che il giornale dovette pubblicare e che conteneva quanto segue: Né a Dachau, né a Bergen-Belsen, né a Buchenwald è stato gassato alcun ebreo o altro prigioniero. La costruzione delle camere a gas di Buchenwald non è mai stata portata a termine e, di conseguenza, non hanno potuto essere utilizzate. In tutto l’ex territorio del Reich non c’è stata alcuna esecuzione per mezzo del gas.

Come nascono, si propagano e muoiono le leggende…

 

Charles Schneider faceva eco ad un articolo apparso in prima pagina del n. 33 del settimanale tedesco Die Zeit il 12 agosto 1960 a firma del suo redattore capo R. Strobel; l’articolo s’intitolava Weg mit ihm! e se la prendeva, con il rilancio che caratterizza i giornalisti tedeschi, con un certo generale Unrein che aveva dichiarato, da un lato, che a Dachau non era mai esistita alcuna “camera a gas” omicida e, dall’altro, che erano stati impiegati dagli Alleati dei prigionieri tedeschi per completare la costruzione di forni crematori in quel campo. Nel numero successivo Die Zeit pubblicava una lettera rettificativa del dott. Martin Broszat, membro eminente dell’Istituto di storia contemporanea di Monaco di Baviera che, nel 1959, si era disonorato pubblicando delle memorie scritte da Rudolf Höss sotto la sferza dei suoi guardiani polacco-stalinisti. La lettera s’intitola Keine Vergasung in Dachau (Nessuna gassazione a Dachau). Il titolo era stupefacente. In certo qual modo riduceva al nulla centinaia di “testimonianze” e di “prove” invocate fino a quel momento con impudenza per far credere alla realtà delle “gassazioni” omicide di Dachau. Ma il contenuto della lettera era ancora ben più stupefacente: rivelava che non c’erano state gassazioni né a Dachau, né a Bergen-Belsen, né a Buchenwald, né in nessun luogo del vecchio Reich (Germania compresa nelle frontiere del 1937)! Nessuna gassazione dunque a Ravensbrück, a Neuengamme, a Oranienburg-Sachsenhausen,… Non c’era stata “gassazione” “che in rari luoghi scelti all’uopo e dotati di adeguati impianti tecnici, innanzi tutto [?] in territorio polacco occupato [ma da nessuna parte nel vecchio Reich]: a Auschwitz-Birkenau, a Sobibor-sur-Bug, a Treblinka, Chelmo e Belzec”.

 

A questo riguardo, che cosa bisognava pensare dei tribunali alleati che avevano condannato a morte degli ufficiali tedeschi per aver fatto funzionare nei loro campi del vecchio Reich delle pretese “camere a gas” omicide? Perché il dott. Broszat si era accontentato di una lettera ad un settimanale tedesco? D’altronde, come è possibile che ancora oggi, a ventidue anni da questa presa di posizione e sebbene diriga questo istituto di Monaco di Baviera dal 1972, il dott. Broszat non abbia fornito le ragioni per le quali non crede più alle “gassazioni” di Dachau e crede ancora a quelle di Auschwitz? Non sarebbe forse che fornendole offrirebbe ai lettori avveduti e agli storici l’occasione di scoprire che in entrambi i casi le “prove” e le “testimonianze” sono rigorosamente della stessa natura?

Céline aveva ragione di mostrarsi molto interessato. È un peccato che il suo biografo, uscendo dal ruolo che gli competeva, abbia ritenuto di dovergli assestare il calcio dell’asino dopo aver citato questa lettera indirizzata a H. Bickler. François Gibault scrive infatti:

Purtroppo per Louis Destouches, per Hermann Bickler e soprattutto per coloro che non ne sono tornati, i campi della morte sono esistiti. Il brano di questa lettera è inusuale, poiché dopo la guerra Céline non ha mai più affrontato questi temi, salvo che in conversazioni molto private con il suo “confessore” protestante, il pastore François Löchen, al quale ha detto di essere stato all’oscuro dei campi di sterminio.

 

Se con l’espressione ambigua di “campi della morte” il biografo intendeva semplicemente “campi in cui moriva un gran numero di persone”, sarebbe fuori tema, poiché nessuno intende negare che i decessi erano numerosi nei campi di concentramento, tedeschi o non tedeschi, soprattutto a causa di epidemie e delle condizioni generali della guerra. Se, invece, il biografo vuole parlare, come fa un po’ più avanti, di “campi di sterminio”, cioè di campi dotati d’impianti speciali per farne delle specie di mattatoi, eccoci in pieno dibattito sull’esistenza o sulla non esistenza delle “camere a gas” omicide. E, al tempo stesso, ci si domanda con che diritto il biografo si permetta di risalire al suo modello. François Gibault ha forse ricevuto delle rivelazioni in esclusiva che gli consentono di decidere in tal modo del vero e del falso su un argomento tabù?

Dopo aver letto la prima parte del suo Céline avevo nutrito alcuni timori per quanto riguardava la sorte che François Gibault avrebbe riservato alle idee politiche di Céline. Gli avevo scritto a più riprese per metterlo in guardia contro il mito delle “camere a gas”. L’8 luglio 1977 gli scrivevo:

Attenzione, avvocato! Venti cose che sono oggi incontestabilmente “storiche” avranno negli anni a venire la sorte del dente d’oro [il prof. Faurisson fa qui riferimento ad un apologo con il quale lo scrittore Bernard le Bovier de Fontenelle – 1657-1757 – rivolge la sua satira contro l’università del suo tempo per promuovere il razionalismo e il metodo scientifico – NdT]! Tutti quegli storici o assimilati che ci straziano le orecchie con il genocidio, l’olocausto, lo sterminio, le camere a gas, i sei milioni e il resto si vedranno smascherati e ridicolizzati.

 

L’8 gennaio 1978 mi veniva risposto:

[…] ho l’assoluta intenzione di rimettere a posto alcune cose, ricordando degli avvenimenti dimenticati e presentando il ritratto di alcuni uomini sotto una luce un po’ nuova, ma non posso né riscrivere la storia della seconda guerra mondiale, né seguirLa in tutti i Suoi vagheggiamenti.

 

F. Gibault si sbagliava. Io non gli chiedevo né di “riscrivere la storia della seconda guerra mondiale” né di seguirmi nelle mie tesi che chiamava “errori” (“modi di agire biasimabili”). Il 7 agosto 1978 ricevevo un’altra lettera nella quale finalmente F. Gibault mi rassicurava; mi scriveva:

[…] Ho mille cose da dire nel mio libro e non mi butterò a capofitto ad esaminare se c’erano o no delle camere di sterminio. Il solo punto per me importante è di sapere che Céline ne ignorava l’esistenza, come la Croce Rossa, melo dice Lei…, e come il Papa.

 

A questo punto, mi si permetterà di rammaricarmi che F. Gibault, il cui lavoro è peraltro così pieno di vari meriti, si sia rimangiato le proprie intenzioni del 1978. Mi rincresce ugualmente di non avergli segnalato in tempo un altro errore che, a dire il vero, si riscontra sempre più di rado: quello che commette a pagina 168 del suo libro quando parla dell’ordine impartito da Hitler di distruggere Parigi, un ordine al quale von Choltitz si vantava di non aver obbedito. Quest’ordine non è esistito più di quanto sia esistito il passo di danza accennato da Hitler a Rethondes, i cecchini che dai tetti avrebbero sparato verso Notre-Dame di Parigi ecc.

Campo-controcampo. Sartre aveva lo spirito tanto falso quanto Céline poteva averlo giusto. Parliamo di Sartre per paragonarlo a Céline sulla stessa questione. Una delle ultime curiosità profetiche di Céline, mentre “la Parca sta per recidergli il filo della vita”, sarà stata dunque questa questione delle “camere a gas”. Sente l’importanza della questione. Subodora la menzogna. Come Charles Schneider, deve avere il sospetto che si tratta di una notizia sulla quale tutta la stampa all’infuori di Rivarol farà per molto tempo silenzio. Infatti bisognerà aspettare sette anni prima che il giornale Le Monde vi faccia eco e anche molto brevemente e assolutamente suo malgrado.[3] Céline aveva fiuto, Sartre era pesante.

All’inizio del 1980 Serge Thion pubblicava presso le edizioni della Vieille Taupe Vérité historique ou vérité politique? Ora, la rivista Les Temps modernes di Sartre aveva pubblicato in precedenza, nel numero di gennaio 1980, due articoli di Serge Thion sull’Indocina. Costernazione presso Les Temps modernes! Era stata data la parola ad un uomo di sinistra, antirazzista, che aveva preso le difese di Faurisson! Da cui “l’Avviso ai lettori” presentato in seguito a pagina 1765 del numero 404 (marzo 1980):

Nel nostro numero di gennaio sull’Indocina, abbiamo pubblicato due articoli di un ex collaboratore occasionale della rivista, Serge Thion. Il numero era appena stato messo in vendita quando abbiamo appreso che, trattandosi questa volta dello sterminio degli ebrei, lo stesso Thion difendeva le tesi del sinistro Faurisson che, si sa, nega la realtà dello sterminio e l’esistenza delle camere a gas. Ciò ci induce ovviamente a chiedere ai nostri lettori di prendere con riserva le informazioni comunicate da Thion sull’Indocina.

Il diritto alla verità impone di dire che il comitato direttivo – pur ignorando allora tutto delle opinioni di Thion sulla questione ebraica – era stato ampiamente diviso quanto all’opportunità di pubblicare almeno uno dei suoi articoli (“Despote à vendre”) e che questo ha dovuto la sua pubblicazione soltanto a un raggiro.

È la nostra buona fede ad essere stata sorpresa: la rivista Les Temps modernes non ha mai dato la parola, con cognizione di causa, agli antisemiti di destra o di sinistra e ai falsificatori. Come direttore della rivista, ho ritenuto necessario avvertire i lettori e, personalmente, presentare loro le nostre scuse.                                                                                                                                                                                                                       Jean-Paul Sartre[4]  

 

Sartre doveva rimanere, fino alla morte, ossessionato dal successo delle tesi revisioniste. A pagina 153 de La Cérémonie des adieux, Simone de Beauvoir scrive: “La febbre lo faceva delirare. Al mattino aveva detto ad Arlette: ‘Anche tu sei morta, piccola. Che impressione ti ha fatto essere cremata? Finalmente eccoci ora tutt’e due morti’.” Come commento, Simone de Beauvoir aggiungeva: “Arlette era ebrea e Lanzmann ci parlava spesso del suo film sullo sterminio degli ebrei, e dunque dei forni crematori. Si parlava anche delle tesi di Faurisson che ne negava l’esistenza. D’altro canto, Sartre desiderava essere cremato.” Mi si permetterà qui di fare osservare ancora una volta che io non ho mai negato l’esistenza dei forni crematori, che non hanno niente di criminale, bensì l’esistenza delle pretese “camere a gas” omicide.

È di capitale importanza per i fautori di Céline sapere se ci dicono la verità o ci mentono presentandoci i nazisti come ce li presenta la storia dei vincitori da quasi quarant’anni. Se “genocidio” e “camere a gas” sono esistiti, si stagliano sullo sfondo dell’opera di Céline. Se non sono esistiti, è una buona notizia per la povera umanità in generale e più in particolare per tutti coloro che, come Céline, a un dato momento, hanno potuto provare una forma di simpatia per Hitler o per Doriot [Jacques Doriot, collaborazionista antisemita e capo del Parti populaire français – NdT]. Fate una prima volta l’esperienza di leggere alcune pagine dei mirabili pamphlets una prima volta accettando la versione ufficiale degli storici accreditati e una seconda volta adottando il punto di vista revisionista e mi capirete. Valuterete a che punto la menzogna del secolo, come la chiamiamo noi, distorca ogni giudizio sulla storia della seconda guerra mondiale e dei suoi esiti. Poiché, per cominciare, va da sé che se le “camere a gas” hitleriane non sono esistite, il grande crimine dell’ultima guerra diventa o quello di Hiroshima, o Nagasaki, o Dresda, o Katyn, o Vinnitsa o ancora la più formidabile operazione di polizia e epuratrice di tutti i tempi: quella che, dopo le ostilità, ha permesso delle abominevoli rese dei conti in tutta l’Europa insanguinata, che d’altronde continuano ancora oggi con delle esecuzioni in URSS e il carcere a vita in prigioni tedesche, francesi, italiane ecc.

Tra vent’anni, ciò che colpirà di più di Céline sarà la sua perspicacia; oggi fa ancora paura, anche a certe categorie di fautori di Céline.

1° giugno 1982

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Pubblicato sul Bulletin célinien, Bruxelles, n. 3, 3° trimestre 1982, p. 4-8. Si collegherà questo testo ad altri dedicati a Céline: quello riprodotto di seguito (Céline devant le mensonge du siècle (suite), 1° ottobre 1982) e in Écrits révisionnistes (1974-1988) vol. II, un articolo del marzo 1984 (Précisions sur “Céline devant le mensonge du siècle”, p. 483), nonché una Lettre à Marc Laudelot, éditeur du Bulletin célinien, datata 30 ottobre 1989 (p. 983).

[Traduzione a cura di Andrea Carancini]

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Note

[1] V. A. Paraz, Le Menuet du haricot, Connaître, Ginevra 1958, p. 84.
[2] In quest’articolo mi riferisco alle pagine 328 e 329 del libro di F. Gibault: Céline, cavalier de l’Apocalypse: 1946-1961, Mercure de France, Parigi 1981.
[3] V. Le Monde, 23 maggio 1967, p. 8.
[4] Il testo della rivista Les Temps modernes è stato riprodotto e diffuso dalla casa editrice La Vieille Taupe con il titolo “Le Testament politique du roi des cons” (“Il testamento politico del re dei fessi” – NdT).