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È autentico il “Diario” di Anna Frank? Prefazione alla traduzione italiana

(Graphos, Genova, 2000, 124 pp., traduzione di Cesare Saletta dello studio di Robert Faurisson Le Journal d’Anne Frank est-il authentique? pubblicato in Serge Thion, Vérité historique ou vérité politique?, La Vieille Taupe, Parigi, pp. 213-300)

 

Cesare Saletta, a cui sono debitore per la traduzione che il lettore troverà qui di seguito, è uno spirito distinto. Lo ringrazio per il suo lavoro ed è molto volentieri che vengo incontro al desiderio, manifestatomi dal curatore e dall’editore della versione italiana di questo studio, che al lettore venga fornito qualche chiarimento a proposito della sorte che è stata riservata alla mia analisi del preteso diario di Anna Frank. Questa analisi è stata, lo ricordo, redatta nel 1978; è stata, a quel tempo, trasmessa, in traduzione tedesca, ad un tribunale di Amburgo ed è stata pubblicata, due anni più tardi, in un’opera di Serge Thion.[1]  

Nel 1980, Pierre Vidal-Naquet: “un testo trafficato”

Nel 1980 Pierre Vidal-Naquet, per il quale io non sono altro che un “assassino della memoria” (si intenda: della memoria ebraica), assicurava però:

Accade d’altronde a Faurisson di avere ragione. Ho detto pubblicamente e ripeto qui che, quando egli mostra che il diario di Anna Frank è un testo trafficato, forse non ha ragione in tutti i dettagli, [ma] ha sicuramente ragione nell’insieme, e una perizia del tribunale di Amburgo ha appena mostrato che in effetti questo testo era stato per lo meno rimaneggiato dopo la guerra, perché erano state utilizzate delle penne a sfera, che hanno fatto la loro apparizione solo nel 1951. Questo è netto, chiaro e preciso.[2]  

Nel 1986, un’edizione critica: “I Diari di Anna Frank” (R.I.O.D.)

Nel 1986 veniva pubblicato ad Amsterdam, sotto l’egida del R.I.O.D. (Rijksinstituut voor Oorlogsdocumentatie, Istituto olandese per la documentazione di guerra), un grosso tomo a pretese scientifiche (la fascetta recitava: edizione integrale delle tre edizioni del diario). Vi si concludeva all’autenticità non più del “diario”, bensì – o sorpresa di questo plurale! – dei “diari” di Anna Frank. Non senza mille cautele di linguaggio vi si accusava il padre di aver proceduto a manipolazioni dei testi originali e di aver mentito. A proposito delle “correzioni” e dei “tagli”, le une e gli altri arbitrari, imputati a quest’ultimo, vi si scriveva esplicitamente:

Tutto ciò può sembrare spiegabile e comprensibile da parte di un uomo che non cercava altro che di far pubblicare, in modo appropriato ai suoi occhi, l’essenziale (das Wesentlich) dell’opera postuma, del documento umano lasciato da sua figlia. Si è tuttavia costretti a riconoscere che la frase inserita nell’epilogo sotto la responsabilità di Otto Frank: “Salvo alcuni passi che non presentano interesse alcuno per il pubblico, il testo originale è pubblicato integralmente” è come minimo una forte litote. – Fino alla sua morte, Otto Frank ha persistito in questa convinzione: “l’essenziale” era stato   pubblicato, – punto e basta. Nessuna argomentazione ha mai potuto indurlo a modificare la sua posizione. – Sul filo degli anni, l’importanza del diario non ha smesso di crescere e, nello spirito di milioni di persone, il suo carattere di opera letteraria si è a poco a poco cancellato dinnanzi al suo valore storico di documento personale; ora, nello stesso periodo, Otto Frank, tenendo fermo al suo punto di vista iniziale, si è messo da solo in una posizione difficile per far fronte agli attacchi cui il testo era fatto segno.[3]  

Mi si rendeva, dunque, l’onore delle armi su di un punto fondamentale: avevo avuto ragione di incriminare Frank padre e di porre in discussione la sua ostinazione nel nasconderci la verità sulle sue manipolazioni. Ma su di un altro punto, essenziale, mi si dava torto col pretendere che comunque era esistita tutta una serie di diari di Anna Frank, tutti autentici.

Ero quindi in diritto di attendere, insieme, una confutazione dei miei argomenti su questo punto e una dimostrazione dell’autenticità di questi diari. Ebbene, non ho trovato nulla del genere in questa edizione pretesamente scientifica del R.I.O.D.

Operazione “polvere negli occhi”

Questa edizione “dotta” presenta i caratteri di un’operazione con la quale si cerca di adescare attraverso lo sfoggio della propria scienza su un punto particolare. Infatti, l’essenziale della dimostrazione consiste soltanto in un’analisi delle grafie. Con gran rincalzo di fotografie o di prospetti sinottici si insiste sulle rassomiglianze delle grafie, ma ci si mostra molto discreti sulle dissomiglianze, che, perfino per un profano, sono così flagranti.

Punto capitale: non ci vengono mostrati e non vengono studiati i due campioni di scrittura da me riprodotti nel mio lavoro (vedasi la p. 297 del libro di Thion). Voglio parlare di due campioni straordinariamente divergenti: la grafia corsiva “adulta” datata 12 giugno 1942 e la grafia “stampata” infantile datata quattro mesi dopo, 10 ottobre 1942; già da sole, le due firme “Anna Frank” sono straordinariamente differenti. Era su questo punto che bisognava rispondermi perché stava lì il nocciolo del problema.

Non ci viene fornito nessun campione di grafia di Isa Cauvern, sulla collaborazione della quale avevo manifestato dei sospetti. Neanche per un istante si parla del manoscritto dei Racconti, che mi aveva colpito per il fatto di essere steso in una grafia da vecchio contabile ordinatissimo. Perché mai si sono messi a disposizione degli esperti tutti i manoscritti attribuiti alla ragazzina, ma non quello? Ma, soprattutto, i responsabili di questa edizione “dotta”, insistendo tanto sullo studio delle grafie, si sono, con questo mezzo, sottratti a quello che avrebbe dovuto essere il loro compito essenziale: l’esame del contenuto del testo propriamente detto. Essi avrebbero dovuto, in tutta priorità, fornirci la prova del fatto che, all’opposto di ciò che avevo detto, il racconto poteva effettivamente riflettere una realtà fisica o materiale. Inoltre avrebbero dovuto mostrare che questo racconto, in tutte le forme sotto le quali lo conosciamo, rimane coerente e comprensibile, il che è lungi dall’essere. Ebbene, niente di tutto ciò. Al principio dell’opera si tenta, sì, di misurarsi con le impossibilità fisiche o materiali che avevo segnalate, ma il tentativo finisce subito. Non si accenna ad una replica se non su un punto: quello dei rumori, a volte tonitruanti, fatti da otto persone per più di due anni, in uno spazio ridotto ritenuto disabitato; anche di notte, quando “i nemici” sono assenti, non bisogna fare il minimo rumore e, se si ha la tosse, si prende della codeina. Eppure, nel granaio, in pieno giorno, accade a Peter di spaccare della legna davanti alla finestra aperta! Si fa la caricatura del mio argomento a questo riguardo e si osa rispondermi, contro l’evidenza del testo, che “i nemici” non erano là, in quel preciso momento, a sentire (pp. 117-118). Tutti gli altri miei argomenti sono passati sotto silenzio. Per parte sua, nel 1977, quando lo avevo messo in imbarazzo con le mie domande bassamente materiali, Frank padre non aveva trovato di meglio per rispondermi che questo:

Signor Faurisson, voi avete teoricamente e scientificamente ragione. Vi approvo al 100 per 100 […] Quello che mi segnalate era, in effetti, impossibile. Ma, in pratica, è pur sempre così che le cose si sono svolte (Paragrafo 38).

Al che avevo risposto che, se lui voleva convenire con me che una porta non può essere, nello stesso tempo, aperta e chiusa, ne seguiva che egli non poteva, nella pratica, aver visto una porta che invece lo poteva. Ora, se mi posso esprimere così, le porte aperte e chiuse nello stesso tempo, cioè le impossibilità fisiche o materiali, erano già innumerevoli nel diario di Anna Frank quale lo conoscevamo a quell’epoca. Che dire della probabile moltiplicazione di queste impossibilità ne “i diari”?

Un truffatore bancario?

C’è nondimeno un passo di questa edizione “dotta” che non potrei mai raccomandare abbastanza all’attenzione dei lettori. È quello in cui ci viene rivelato il passato, piuttosto scabroso, prima della guerra, di Otto Frank e di suo fratello Herbert. Giocando d’anticipo su una possibile inchiesta revisionista sull’argomento, ci si informa del fatto che nel 1923 Otto Frank aveva fondato a Francoforte una banca all’insegna di “Frank e figli”. I tre principali responsabili di questa banca erano Herbert e Otto Frank e – dettaglio che ha la sua importanza per la storia del diario di Anna Frank – Johannes Kleiman. Quest’ultimo figurerà nel libro con il nome di Koophuis e, dopo la guerra, agirà da delatore di collaborazionisti per conto del “Servizio [olandese] di ricerca dei delitti politici” (R.I.O.D., pp. 43-44), da non confondere con l’“Associazione di sorveglianza dei delinquenti politici” (ibid., p. 48). Fin da prima dell’arrivo di Hitler al potere detta banca si trovò implicata in operazioni sospette. Ebbe luogo un processo, al quale Herbert, il principale responsabile, preferì non comparire. Prese la fuga e trovò rifugio in Francia. Quanto ad Otto Frank, i responsabili del R.I.O.D. non ci dicono ancora con chiarezza che cosa gli accadde. Ci si accontenta di informarci che le carte del caso giudiziario sono sparite e che questa sparizione è “assolutamente spiacevole” (p. 14). Questo giudizio conferisce un che di sospetto alla sparizione. In ogni caso, se egli nel 1933 fuggì nei Paesi Bassi, fu forse per sottrarsi alla giustizia tedesca.

Prima di prodursi in una certa forma di frode letteraria, Frank padre si è lasciato andare alla frode bancaria? Durante la guerra, grazie a vari sotterfugi e grazie al sostegno dei suoi tre principali collaboratori, tutti ariani, aveva avuto la soddisfazione di vedere le sue due società far del denaro, anche, tra l’altro, con una filiale della Dresdner Bank ad Amsterdam. Si può affermare che, anche durante la sua degenza all’ospedale di Auschwitz, i suoi affari proseguivano, ad Amsterdam, grazie al suo collaboratore Jan Gies (pp. 26-27). Dopo la guerra, di ritorno ad Amsterdam, il nostro uomo ebbe grane con la giustizia olandese, molto sensibile alla questione della collaborazione economica con la Germania durante l’occupazione. Ma, così ci viene detto, si trovò un “accomodamento” (pp. 70-71).

Delle prove senza valore e dei testimoni sospetti?

Gli autori del R.I.O.D. si mostrano crudeli con le prove ed i testimoni di cui si faceva forte Frank padre.

Tanto per cominciare, giudicano che le tre perizie su cui volentieri si basava Frank padre per affermare l’autenticità del diario di Anna Frank sono destituite di valore (pp. 110-112). Ricordiamo che queste perizie, di cui io stesso avevo dimostrato l’inanità, avevano però ricevuto, negli anni ’60, l’avallo di giudici tedeschi, che avevano così potuto condannare delle persone che, prima di me, avevano messo in dubbio questa pretesa autenticità. Sempre per gli autori del R.I.O.D., il libro di Ernst Schnabel, Spur eines Kindes, di cui Frank padre mi aveva caldamente raccomandata la lettura e che serviva anche alla difesa della sua tesi, si attira il giudizio seguente:

Nel suo libro abbiamo constatato diverse inesattezze e siamo condotti ad emettere delle riserve per ogni informazione ricavata da esso (p. 31, nota 4).

Quanto alla testimone numero uno di Frank padre, la troppo famosa Miep Gies, è poco dire che, su certi punti essenziali della sua testimonianza, essa non ispira grande fiducia agli autori del R.I.O.D.; lo stesso vale per Kugler (pp. 49-59).

Il fiasco del R.I.O.D.

In definitiva, il libro è terribile per Otto Frank così come per i suoi esperti, i suoi garanti e i suoi amici. Manifestamente, la causa di Frank padre è stata giudicata indifendibile. Ma, segando i rami secchi per tentare di preservare l’albero, vale a dire sacrificando la reputazione di Frank padre per salvare quella del preteso diario di sua figlia, gli epuratori del R.I.O.D. si sono ritrovati di fronte a una sorta di nulla. Non ne emerge se non una contestabile “analisi delle grafie”, tanto più derisoria, d’altronde, in quanto, qualche anno dopo la pubblicazione del loro libro nel 1986, altri campioni della grafia della bambina sono apparsi sul mercato delle aste di lettere e cartoline. Questi campioni, che mi paiono autentici, hanno reso caduche le laboriose analisi delle grafie contenute nell’opera del R.I.O.D. In ogni caso, adesso il lavoro degli esperti è da rivedere da cima a fondo.

Aggiungiamo infine che il grosso volume non contiene nessuna planimetria della casa in cui, per più di due anni, sarebbero vissuti gli otto clandestini. Le precedenti edizioni del diario possedevano questa planimetria, che io avevo commentata e anche messa a confronto con lo stato dei luoghi. Ne avevo tratto argomento per provare il carattere fittizio di tutt’intero il racconto. Gli autori dell’edizione “dotta” hanno preferito astenersi. È una confessione ed è una fuga di più.

Insomma, con tutto il suo sfoggio di scienza, l’edizione del R.I.O.D. è un fiasco.

Nel 1991, una “nuova edizione corrente” (Mirjam Pressler)

A seguito della pubblicazione di questa edizione “dotta” bisognava produrre ad uso del grande pubblico un’edizione “corrente” allo scopo di rimpiazzare quella che Frank padre aveva pubblicata nel 1947. Diventava, infatti, necessario riparare i guasti causati dagli arbitrî del padre e denunciati dal R.I.O.D. Fu incaricata della bisogna una tale Mirjam Pressler e, nel 1991, apparve in olandese un’edizione riveduta (herziene) e accresciuta (vermeerderde), presentata come fondamentalmente conforme a ciò che Anna Frank aveva scritto. L’edizione era qualificata “definitiva”. Nel ’92 apparve come tascabile la traduzione francese, presentata, essa pure, come “definitiva”.

Una anomalia, per non dire un inganno a proposito della merce, appare fin dal frontespizio, dove si ha l’audacia di scrivere: “Testo fissato da Otto Frank e Mirjam Pressler”. Morto nel 1980, Frank padre non poteva aver collaborato con la Pressler ad un’opera che, per sovrappiù, era per lui come un affronto postumo. Mai, suppongo, un tascabile si è trovato appesantito da altrettante spiegazioni confuse nel frontespizio, nella pagina di presentazione, nelle pagine della prefazione, nelle pagine della “nota sulla presente edizione” e, infine, nella postfazione. C’è di che perdervi il filo. L’imbarazzo si tocca con mano. Non si sa, palesemente, come spiegare al lettore che questo nuovo diario di Anna Frank è, questa volta e per sempre, l’autentico diario di Anna Frank.

Cosa anche più grave, non ci viene rivelato chi sia questa Mirjam Pressler, “scrittrice e traduttrice tedesca”, e quale metodo essa abbia potuto seguire per fissare questo testo partendo dai tre testi dell’edizione “dotta”. Come ha effettuato la sua scelta? Per quali ragioni ha conservato questo frammento e respinto quest’altro? Domande che restano senza risposta.

Non sono il solo a notare siffatte anomalie. Anche tra i fans della figura mitica di Anna Frank succede che si denunci in termini vibranti questa strana edizione Pressler. In Prospect Nicolas Walter dedicava tre colonne a questa edizione, nella sua versione inglese, sotto il titolo a doppio senso “Not completely Frank”. Egli osservava che il genere di amalgama praticato fra le tre versioni (la vecchia e le due nuove) ha “come risultato che ogni sorta di deformazioni e di discrepanze sussistano” (“with the result that all sorts of distortions and discrepancies remain”). E aggiunge:

[Questa quarta versione] è presentata come “fondamentalmente… ciò che Anna Frank aveva scritto”, il che non è vero, ed è descritta come un’“edizione definitiva”, il che è sciocco.[4]  

Scrive pure che questa versione “corrente” è, certo, più lunga di un terzo della vecchia versione “corrente”, ma fa questa osservazione:

Essa rimane nondimeno un assemblaggio eteroclito delle [due prime versioni dell’edizione “dotta”] ed è costellata di errori e di omissioni; molti passi non sono al loro posto e parecchi passi mancano.

Conclude che dopo mezzo secolo si è disgraziatamente ancora in attesa di un’edizione soddisfacente del diario di Anna Frank.

La postfazione di Isabelle Rosselin-Bobulesco

Nella versione francese del 1992 la nuova edizione “corrente” comprende una postfazione firmata Isabelle Rosselin-Bobulesco. È evidente che vi si difende la tesi secondo cui l’edizione “dotta” avrebbe messo il punto finale alla controversia sull’autenticità del diario di Anna Frank, il che, come si vede, rappresenta un pio desiderio. Raccomanderei, tuttavia, la lettura della parte dedicata a “L’authenticité du Journal” e in specie delle pagine 348-349, dove la mia posizione viene quasi onestamente delineata e dove vengono gravemente evocate le ragioni per le quali c’era motivo di dubitare di questa autenticità a causa del comportamento di Frank padre. Deploro soltanto che, almeno nel brano che riproduco, queste ragioni siano presentate come se si fosse trattato di evidenze sulle quali tutti erano d’accordo. In realtà, nell’essenziale, è la mia analisi del 1978 ad avere messo in luce tutto ciò che si leggerà e tutto ciò che a quell’epoca mi aveva procurato attacchi dei quali, dunque, oggi si può constatare il carattere diffamatorio. Qui lascio la parola alla Rosselin-Bobulesco, dando rilievo ad alcune delle sue parole:

Alla sua morte, Otto Frank lasciò l’insieme degli scritti di Anna all’Istituto nazionale olandese per la documentazione di guerra, il R.I.O.D. Di fronte agli attacchi che mettevano in discussione l’autenticità del diario, il R.I.O.D. giudicò che, dato l’aspetto quasi simbolico del Diario e il suo interesse storico, diventava indispensabile dissipare i dubbi. Si sa che le imprecisioni non mancavano. Il diario era scritto su più taccuini e su dei fogli volanti. Anna Frank aveva lei stessa redatto due versioni. C’erano state parecchie battiture a macchina che non seguivano integralmente il testo originale. Delle modifiche, delle aggiunte o delle soppressioni erano state effettuate dal padre. D’altra parte, erano state introdotte correzioni da persone cui Otto Frank aveva domandato di rileggere il diario, dato che temeva di non padroneggiare l’olandese abbastanza per reperire gli errori di ortografia e di grammatica di sua figlia. Inoltre, l’editore olandese aveva anche lui modificato il testo togliendo certi passi di carattere sessuale giudicati a quell’epoca troppo scioccanti, quelli, ad esempio, in cui Anna parlava delle sue mestruazioni. Quanto alle differenti traduzioni, esse presentavano delle disparità. Nella traduzione tedesca apparivano delle inesattezze, certi passi erano stati soppressi allo scopo di non offendere il lettore tedesco. La traduzione era stata fatta a partire da un testo battuto a macchina che non era il testo definitivo che era servito di base per [il libro originale in olandese]. Nella traduzione americana, certi passi tolti nell’edizione olandese erano stati, al contrario, reinseriti. Parecchie perizie del testo manoscritto avevano avuto luogo, parecchi processi erano stati intentati, in risposta agli attacchi contro il diario. Un quadro chiaro della situazione non era mai venuto fuori, anche se l’esito delle procedure giudiziarie e delle investigazioni dava ragione a Otto Frank.

La Rosselin-Bobulesco ha un bel minimizzare la realtà dei fatti e un bel presentarci la faccenda sotto i colori scelti da lei, basta questo solo passo a stabilire che io avevo perfettamente ragione di non credere né al testo del preteso diario di Anna Frank, né alla risposta di Frank padre alle mie domande.

La mia condanna, il 9 dicembre 1998, ad Amsterdam

Eppure, il 9 dicembre ’98, un tribunale di Amsterdam trovava la maniera di condannarmi per la mia analisi del diario di Anna Frank. Quell’analisi, io l’avevo redatta vent’anni prima ad uso di un tribunale tedesco e, a partire dal 1980, era stata pubblicata in Francia e in un certo numero di paesi esteri senza per questo procurarmi dei processi.

Ma, nei Paesi Bassi, se si porta una mano empia sull’icona di santa Anna Frank, non va affatto bene.

Il temerario Siegfried Verbeke aveva tradotto in fiammingo il mio studio del ’78 e l’aveva pubblicato nel ’91 in un opuscolo dal titolo “Il ‘Diario’ di Anna Frank: un approccio critico” (Het “Dagboek” van Anne Frank: een kritische benadering). Per parte sua, Verbeke aveva fatto precedere il mio testo da una presentazione che era, sì, di carattere revisionistico, ma di tono del tutto moderato. A lui e a me intentavano causa due associazioni: ad Amsterdam la Fondazione Anna Frank e a Basilea il Fondo Anna Frank. Queste due associazioni sono note per la guerra senza esclusione di colpi che combattono tra loro intorno al cadavere di Anna Frank e alle spoglie di Frank padre, ma là, davanti ad un pericolo per interessi finanziari identici, avevano deciso di fare fronte comune. Bisogna dire che intorno al nome di Anna Frank si è sviluppato un enorme business, una vera e propria “industria”, come la chiama Nicolas Walter.

I querelanti facevano specialmente valere che l’opera comportava per le loro associazioni una “pubblicità negativa” e fastidiose conseguenze finanziarie. Ad esempio, la Fondazione Anna Frank rivelava di dover spendere tempo e denaro per lottare contro l’effetto nocivo dell’opuscolo. Da informazioni attinte sembra, infatti, che il personale della Casa Anna Frank riceva una sorta di formazione speciale al fine di meglio rispondere alle domande o agli argomenti di certi visitatori segnati dalla lettura di Verbeke e di Faurisson. La Fondazione aggiungeva:

Inoltre, le affermazione dell’opuscolo possono alla lunga diminuire il numero di visitatori della Casa Anna Frank con, per la Casa Anna Frank, la conseguenza di ritrovarsi in ristrettezze.

Nella sentenza di condanna il tribunale non mancava di far proprie le considerazioni dei querelanti su “la funzione simbolica che si è acquisita Anna Frank” e sull’indole decisamente perversa dei revisionisti Verbeke e Faurisson. Appoggiandosi sulla sola perizia grafologica domandata dal R.I.O.D., decretava che era impossibile mettere in dubbio l’autenticità dell’opera attribuita ad Anna Frank.

Aggiungeva:

Nei confronti delle vittime dell’Olocausto e dei loro parenti che sopravvivono, le dichiarazioni [di Verbeke e Faurisson] sono tali da ferire e risultare inutilmente offensive. Inevitabilmente ne deriva che esse provocano [in questi sopravviventi] turbe psichiche o emozionali.

Avevo infranto la legge sui diritti d’autore!

Il punto della sentenza che più suscita indignazione era quello in cui il tribunale stimava che io avevo personalmente infranto la legge sui diritti d’autore citando numerosi estratti del diario di Anna Frank.

Esso asseriva, senza fornirne la prova, che “le citazioni [delle pp. 36-39 dell’opuscolo] sono strappate in maniera insensata dal loro contesto”. Si trattava del primissimo inizio della mia analisi, cioè dei paragrafi che avevo numerati 4-10, dove, con una raffica di brevissime citazioni, enumeravo le molteplici impossibilità fisiche e materiali del racconto. Da più di vent’anni sto ancora aspettando una risposta al riguardo. Come è manifesto, né Frank padre né altri hanno mai trovato qualcosa da replicare. Questo tribunale di Amsterdam, per parte sua, ha scoperto, se non il modo di replicare, per lo meno il modo di parare il colpo: a sentirlo, le mie citazioni non sono da prendere in considerazione perché infrangono, pare, la legge sui diritti d’autore.

Nella mia lunga esperienza dei tribunali, cosi in Francia come all’estero, ho potuto vedere nei giudici molte viltà, molti sofismi, molte contorsioni, molte distorsioni della verità e molti artifici di tutti i generi, ma credo che questo tribunale di Amsterdam, con la sua sentenza del 9 dicembre ’98, abbia superato i limiti della decenza rimproverandomi di avere, in un’analisi testuale, moltiplicato le citazioni. Non una di queste citazioni era, peraltro, staccata dal suo contesto. Al contrario, con una meticolosità di tutti gli istanti, avevo, mi sembra, dimostrato lo scrupolo di osservare con la lente tutte le parole del testo propriamente detto, poi di ricollocare queste stesse parole nel loro contesto più diretto. Ma è probabile che il tribunale intendesse la parola “contesto” nel senso elastico, che troppo spesso le viene dato, di contesto storico, sociologico, psicologico ecc. Ben si intende che in tal modo questa parola corrispondeva alle vedute personali e soggettive dei giudici a proposito della storia o della psicologia di una Anna Frank che il tribunale aveva concepito secondo la propria immaginazione, tanto da non curarsi minimamente delle parole che, una ad una, costituivano un’opera chiamata il diario di Anna Frank.

Una condanna con l’aiuto della polizia e della giustizia francesi

S. Verbeke e R. Faurisson erano condannati a pagare in solido le pesanti spese del processo e la loro pubblicazione era ormai fatta oggetto di divieto nei Paesi Bassi sotto pena di una multa di 25.000 fiorini [11.344 euro] per ogni esemplare che potesse essere ancora presente negli scaffali di una libreria.

Aggiungiamo, per la cronaca, che i querelanti avevano il braccio lungo. Da Amsterdam, avevano ottenuto la visita della polizia francese al mio domicilio di Vichy, la mia convocazione al commissariato della città e delle visite di ufficiali giudiziari con intimazioni di mora e ingiunzioni. Il ministro francese della giustizia (Servizio civile del reciproco aiuto giudiziario internazionale) aveva, a spese del contribuente francese, recato la propria collaborazione alla polizia olandese.

Un campo di ricerche per informatici

Nel ’78 non avevo avuto l’agio di utilizzare le risorse dell’informatica. Avevo dovuto, a prezzo di uno sforzo laborioso, studiare il diario di Anna Frank con la penna in mano, partire alla ricerca di certe parole a volte situate a lunga distanza le une dalle altre, “tagliare-attaccare” adoperando forbici e colla, contare le parole sulle dita della mano. Di qui degli errori di dettaglio che in prosieguo, in occasione di riedizioni, ho potuto, a volte, correggere. Sono consapevole del carattere imperfetto del risultato raggiunto finora. Per l’avvenire, mi auguro che degli informatici riprendano la mia analisi e la rivedano su questi punti.

Per gli informatici, con i quattro volumi (in olandese, in tedesco, in francese e in inglese) pubblicati dal R.I.O.D., si apre un magnifico campo di ricerche. Già con le vecchie versioni in olandese, in tedesco (due versioni tedesche!) e in francese avevo potuto dimostrare l’esistenza, in qualche modo, di differenti Anna Frank, inconciliabili tra di loro, così come l’esistenza di racconti contraddittori. Oggi, con tante versioni complementari, provenienti così dal R.I.O.D. come dalla Pressler, degli informatici avrebbero la possibilità di smontare, pezzo per pezzo, meglio di quanto abbia fatto io, la falsificazione letteraria.

Perché accade del diario di Anna Frank quello che accade di ogni impostura: più ci si accanisce a difenderla, più si offrono, proprio malgrado, argomenti a chi la denuncia. In altri termini: ci si avviluppa nella menzogna. Tanto per fare un esempio caro ai revisionisti, il carattere fallace della pretesa testimonianza di Kurt Gerstein si rivela tanto mediante l’analisi di una sola versione di questa testimonianza quanto mediante il confronto con altre versioni contraddittorie.

Ma dobbiamo essere pratici; e, per cominciare dall’inizio di questo nuovo lavoro di analisi del diario di Anna Frank, suggerisco che una equipe di informatici dotati di una buona conoscenza dell’olandese e del tedesco intraprendano uno studio comparativo dei seguenti elementi:

A. In olandese, prima la versione del 1947 (pubblicata da Frank padre), poi le versioni dell’86 (pubblicate dal R.I.O.D.) e, infine, la versione del ’91 (pubblicata dalla Pressler);

B. In tedesco, le versioni corrispondenti, rimanendo bene inteso che, come avevo scoperto nel ’78, è esistita, dopo la versione pubblicata da Lambert Schneider nel ’50, una versione leggermente differente, pubblicata nel ’55 da Fischer.

C. Ad uno stadio ulteriore sarà sempre agevole procedere anche ad un’analisi delle differenti versioni in francese e in inglese e, per chiudere in bellezza, si intraprenderà un confronto tra la decina di Anna Frank che così faranno la loro apparizione contando le versioni olandesi e in altre lingue.

Soltanto allora, non dispiaccia ai mercanti del tempio che hanno abusato della sua memoria, giustizia sarà infine resa all’unica, autentica Anna Frank, la quale non ha mai scritto quella “storia da far dormire in piedi” che è il Diario di Anne Frank (1947-1950), ribattezzato nell’86-89, dopo la ricostruzione e abborracciamento, Diari di Anna Frank, per infine chiamarsi, nel ’91-92, dopo rappezzatura e intonacatura, Diario di Anna Frank/Edizione definitiva.

 

Postscriptum

Alle pp. 117-119 dell’edizione del R.I.O.D. David Barnouw manifesta la pretesa di riassumere ciò che egli denomina la mia perizia. Lo fa non senza far nascere l’idea che io sia un baro.

Tra tutti i miei argomenti di ordine materiale o fisico egli non ne prende in considerazione se non uno solo, quello dei rumori intempestivi. Poi, di tutti questi rumori, non ne prende in considerazione che tre. Secondo lui, io, in questi tre casi, avrei nascosto che A. Frank aveva precisato che, poiché i “nemici” non erano là, questi rumori non rischiavano di essere sentiti. La mia risposta è che forse i “nemici” prossimi (ad esempio, i due impiegati del magazzino) non erano là, ma che gli altri “nemici”, in numero indefinito, potevano percepire questi rumori: quelli dell’aspirapolvere, ogni giorno alle 12.30, così come gli “scoppi di risa interminabili” o anche “un baccano da giorno del giudizio”. Barnouw trova la maggior difficoltà a spiegarci questi rumori, e una quantità di altri, a volte spaventosi, in un’abitazione in cui avrebbe dovuto regnare un silenzio di tomba. Così, per risparmiare a se stesso ogni sforzo, ha cercato una scappatoia in considerazioni tanto vaghe quanto oscure. Scrive infatti:

Il diario ci informa che gli abitatori dell’annesso correvano anche loro numerosi rischi, in specie quello di essere sentiti da altri se facevano troppo rumore. Tuttavia Faurisson non ha cercato di comprender meglio la situazione generale di clandestinità come tale e, in questo contesto, non si è per niente curato del fatto che la famiglia Frank e i suoi compagni avevano finito per farsi essere arrestati (p. 117).

Qui D. Barnouw si abbandona ad un pathos che gli permette di concludere sfrontatamente: “Tenuto conto di quanto precede, non è necessario sottoporre ad esame critico ciascuno dei punti menzionati da Faurisson” (p. 118). Da parte mia, stimo che quest’ultima osservazione prova che i responsabili del R.l.O.D. non hanno, per loro stessa confessione, voluto “sottoporre ad esame critico” una parte essenziale della mia perizia, quella concernente le impossibilità fisiche o materiali del racconto.

V’è un altro punto in cui Barnouw insinua che io sono un disonesto. A p. 261 del libro di Serge Thion avevo detto di avere scoperto, nel corso della mia inchiesta sulle circostanze dell’arresto degli otto clandestini il 4 agosto del’44 ad Amsterdam, un testimone particolarmente interessante. Scrivevo:

Questo testimone [nel 1978] ha scongiurato il mio accompagnatore e me di non rendere pubblico il suo nome. Non manterrò la mia promessa se non a metà. L’importanza della sua testimonianza è tale che mi appare impossibile passarlo sotto silenzio. Il nome di questo testimone e il suo indirizzo, così come il nome del mio accompagnatore e il suo indirizzo, sono annotati entro la busta sigillata che figura all’allegato n. 2: “confidenziale” [da rimettere al tribunale di Amburgo].

Il Barnouw comincia col citare queste righe non senza sopprimere la frase che rivelava il motivo della mia discrezione: il testimone ci aveva “scongiurato” – è questa la parola – di non fare il suo nome. Poi, lo stesso Barnouw aggiunge perfidamente:

Una foto di questa busta sigillata è riprodotta in annesso all’inchiesta di Faurisson nella versione francese del 1980 [quella del libro di Thion]; giudiziosamente l’editore della versione olandese ha rinunciato a riprodurre questo corpo del reato (p. 119).

In altre parole, io mi sarei preso gioco del lettore, al quale, con questo preteso artificio, avrei fatto credere che la mia busta contenesse un nome, mentre in realtà non ne avrebbe contenuto nessuno.

Per il Barnouw, o questa busta non era mai esistita o era vuota. La verità era che io avevo per davvero rimesso al tribunale di Amburgo una busta contenente i nomi e gli indirizzi del mio testimone e del mio accompagnatore. Oggi, a 22 anni di distanza, mi credo autorizzato a fare questi nomi, noti al tribunale: si trattava della vedova di Karl Silberbauer e di Ernst Wilmersdorf, entrambi abitanti a Vienna.

Colgo l’occasione di questa messa a punto per rivelare anche i nomi dei tre docenti universitari francesi di cui a p. 299 del libro di Thion viene detto che approvavano la mia analisi del preteso diario di Anna Frank. Il primo altri non era che Michel Le Guern, che a quel tempo insegnava all’università Lyon-2 e che ha pubblicato da poco un’edizione scientifica delle Pensées di Pascal nella prestigiosa “Bibliothèque de la Pléiade”; non si può immaginare una più alta competenza in materia di critica testuale. Nell’ultima frase della sua attestazione egli scriveva nel ’78:

È cosa certa che gli usi della comunicazione letteraria autorizzano il signor Frank, o chiunque altro, a costruire tanti personaggi di fiction di Anna Frank quanti egli voglia, ma a condizione che egli non pretenda all’identità di questi esseri di fiction con il personaggio di sua figlia.

Altri due accademici si apprestavano a concludere nel medesimo senso quando, d’improvviso, scoppiava nella stampa, nel novembre ’78, l’affaire Faurisson. Si trattava di due professori della Sorbona – Paris IV: Frédéric Deloffre e Jacques Rougeot.

Oggi questi tre docenti universitari sono in pensione. È questo il motivo per il quale ho deciso di rivelare il loro nome. Non avevo, peraltro, preso nei loro confronti impegno alcuno di discrezione.

7 luglio 2000

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Note

[1] Già qui citata al verso del frontespizio. Nell’89, ’93 e ’95 ho scritto tre testi concernenti un’opera “dotta” in cui si è preteso smentirmi. Li si troverà nei miei Écrits révisionnistes (1974-1998), pp. 856-859, 1551-1552, 1655-1656. Quanto all’opera dei miei contraddittori, vedasi, infra, R.I.O.D.
[2] Intervista con Regards, settimanale del centro comunitario ebraico di Bruxelles, 7 novembre 1980, p. 11.
[3] Trascrivo qui la traduzione francese apparsa nell’89 (p. 207). Le traduzioni tedesca e inglese sono apparse rispettivamente nell’88 e nell’89. I quattro grossi tomi, ossia l’originale olandese e le tre traduzioni, sono in mio possesso. I confronti rivelano strane differenze.
[4] Nicolas Walter, Not completely FrankProspect, agosto-settembre 1997, p. 75. Prospect è un mensile inglese che si indirizza al mondo degli intellettuali e degli insegnanti universitari.